VIA POMA: Intervista a Carmelo Lavorino

Casi irrisolti

Per il criminologo, l’assassino di Simonetta Cesaroni è collegato all’AIAG

 

In occasione di una delle udienze del processo sull’omicidio della ventenne romana (avvenuto in via Poma il 7 agosto del 1990), abbiamo incontrato Carmelo Lavorino, direttore, tra l’altro, del Centro Studi Investigazione Criminale (CESCRIN), autore del libro ‘Il delitto di via Poma’ e di un altro libro di prossima uscita sullo stesso argomento.

 

Lavorino, dopo una decina di udienze, e dopo le sue ricerche su quest’omicidio, che idea si è fatto?

Dal processo stanno emergendo tutti i dati scientifici e cronologici che l’omicidio sia avvenuto prima delle 17.15. Gli ingegneri della ‘Insirio’ hanno dimostrato che l’inserimento dei dati nel computer è cominciato alle 16,37 e questo fa reputare che non sia stato effettuato da Simonetta Cesaroni ma dall’assassino il quale ha attuato poi un’opera di depistaggio e di alterazione della scena del crimine.

Alla sbarra c’è l’ex fidanzato di Simonetta….

Per quanto riguarda Raniero Busco è un imputato contro il quale non ci sono indizi, nemmeno frammenti o ombre di indizi; quello che c’è non è né grave, né preciso, né concordante; il suo alibi regge, non c’è movente, non c’è una traccia biologica riferibile a lui al cento per cento. La saliva (o il Dna) sul corpetto e sul reggiseno della vittima sono elementi normali che soltanto lui poteva lasciare avendo contatti con la ragazza. Elementi estremamente irrilevanti.

E dunque?

Io dico andiamo a cercare l’omicida e il gruppo dei depistatori all’interno dell’ufficio A.I.A.G.

 

Chi sarebbe il responsabile del depistaggio?

C’è un gruppo di personaggi che fa parte dei colleghi di Simonetta, quelli dell’A.IA.G., tra la sede di via Poma, la sede nazionale di via Cavour, i datori di lavoro e altre persone collegate. All’interno di questo gruppo vedo i depistatori, soggetti che davanti ai giudici non parlano o omettono di dire delle cose.

 

 E il presunto coinvolgimento dell’ex portiere di via Poma e della  famiglia?

 Innanzitutto Vanacore non è stato ucciso ma si è suicidato per motivi di depressione e stress. Non credo fosse coinvolto nell’omicidio. Ma se fosse coinvolto lui o qualcuno della famiglia, il depistaggio inizierebbe dalle 22 in poi; però c’è da chiedersi chi è che ha telefonate alle 17,05 a Luigia Berrettini spacciandosi per Simonetta.

 

C’è però la famosa agendina rossa Lavazza di Vanacore trovata sulla scena del crimine. Per il pm Ilaria Calò è la prova che a fare le telefonate, tra le 20,30 e le 23, sia stato proprio l’ex portiere di via Poma.

 Una visione molto intelligente e logica ma non la condivido. Se l’agendina fosse stata lasciata dal Vanacore sulla scena del crimine sarebbe nelle fotografie della scientifica o nei verbali di repertazione. Secondo me l’agendina di Vanacore è soltanto un’ipotesi non riscontrata da alcun indizio così come la tesi del pm secondo la quale l’ex portiere sarebbe entrato nell’ufficio perché l’assassino aveva lasciato la porta aperta. Questo non è assolutamente possibile perché di solito un omicida tende a frapporre una barriera tra sé e il frutto del proprio reato. Soprattutto quando si tratta di un omicidio di impeto, espressivo ed emotivo. Quindi un’ipotesi che non trova riscontro.

 

E le chiavi con il nastrino giallo trovate in possesso della moglie e che risulterebbero quelle di riserva conservate all’interno dell’A.I.A.G.?

Le chiavi sono state riconosciute in maniera imprecisa solo da 2 testi, uno dei quali è deceduto. Ricordano un mazzo di chiavi con il nastrino giallo, però lo ricordano solo loro e non gli altri dell’AIAG. C’è da dire inoltre che Giuseppa De Luca (moglie di Vanacore) ha aperto la porta dell’ufficio con quelle chiavi, poteva non farlo e rifiutarsi.

 

Indizi che non la convincono…

In sostanza l’impianto accusatorio è basato su una terna di elementi di sospetto: il mazzo di chiavi, la porta lasciata aperta e l’agendina. Ogni elemento però è incerto e ha bisogno degli altri due che sono entrambi elementi incerti.

 

Ma in questo impianto accusatorio, l’ex fidanzato di Simonetta cosa c’entra?

Busco non c’entra assolutamente niente; non ha la possibilità esecutiva per essere l’assassino, non aveva il movente o meglio il movente è teorico, ha un alibi forte e non ci sono tracce.

 

E allora come finirà questo processo?

Busco sarà assolto e ci ritroveremo di fronte all’ennesimo delitto irrisolto… all’italiana.

 

 

Giovanni Lucifora

centrometeo.com