VIA POMA: Busco condannato a 24 anni

Casi irrisolti

Tre ore e mezzo di camera di consiglio.

La sintesi in due articoli.

«La III Corte d'Assise visti gli articoli 533 e 535 dichira Busco Raniero colpevole del delitto ascrittogli e, con le attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante, lo condanna alle pena di anni 24 di reclusione e al pagamento delle spese processuali. Dichiara interdetto in perpetuo dai pubblici uffici nonché legalmente interdetto durante la pena con sospensione dall'esercizio della potestà genitoriale. Condanna Busco al risarcimento dei danni in favore delle parti civili Paola Cesaroni, Di Giambattista Anna e il Comune da liquidarsi in separata sede. Assegna a Cesaroni Paola una una provvisionale immediatamente esecutiva di centomila euro; a Giambattista Anna una provvisdionale immediatamente esecutiva di cinquantamila.

Rigetta la richiesta di provvisionale avanzata dal Comune di Roma. Condanna infine il Busco alla refusione in favore delle parti civili delle spese legali sostenute che liquida per Cesaroni Paola in complessivi diecimila euro, per Anna Di Giambattista in complessivi diciottomila, per il Comune di Roma in complessivi cinquemila. Termine per il deposito della sentenza di giorni novanta». Questo il dispositivo della sentenza sul delitto di via Poma. (Il messaggero).

 

La mano che venti anni fa trafisse con 29 coltellate Simonetta Cesaroni era quella di Raniero Busco, allora suo fidanzato. Questa la verità che restituiscono i giudici della III Corte d'Assise di Roma che, dopo 25 udienze, hanno condannato a 24 anni Busco. Venti anni dopo quel 7 agosto Raniero ora è un altro. Padre e marito: 46enne, tecnico di manutenzione dell'Alitalia, sposato con Roberta, ha due maschietti, gemelli, di nove anni. Una vita avviata, lontana da quel giorno che oggi irrompe con una condanna pesante per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà. «È ingiusto», sussurra Busco accasciandosi sulla spalla della moglie Roberta che lo ha tenuto per mano per tutta la lettura della sentenza. Il fratello Paolo lo trascina via, i suoi parenti che in aula urlano «no». E piangono.

A casa Cesaroni però è il giorno del riscatto tanto atteso. Venti lunghissimi anni, di sospetti, indizi, prove, presunti colpevoli poi scagionati. «Questa sentenza Š la conferma della fiducia che non abbiamo mai perso nella giustizia, nelle istituzioni e nell'impegno dei pm in venti anni di lavoro», dice Paola Cesaroni al telefono, la voce rotta dal pianto. Lei che entrò in quell'ufficio quel maledetto 7 agosto, dove Simonetta giaceva in terra nel sangue. Busco dovrà risarcire Paola e la madre Anna Di Gianbattista. Il papà di Simonetta Claudio è morto senza nessuna verità. Una sentenza arrivata dopo una camera di consiglio breve, concisa. Il pm aveva chiesto l'ergastolo.

Alle quattro in un'aula piena di tensione e speranza il presidente della Corte Evelina Canale legge la verità della giustizia. E scandisce, 24 anni. Busco sbianca, scuote la testa, e viene trascinato via dal fratello. «Mi chiedo perchè devo essere la vittima. Trovo tutto questo profondamente ingiusto. Dire che sono deluso è poco non me l'aspettavo una sentenza del genere», ha il coraggio di dire appena. Accanto a lui, mano nella mano, come sempre, la moglie Roberta. Contemporaneamente dal fondo dell'aula, dove quasi un centinaio tra parenti e amici della famiglia Busco hanno cominciato ad urlare ed inveire «contro una giustizia che non c'è». Una sentenza dura che dispone anche, in caso di conferma in Cassazione, la revoca della patria potestà per Busco. Quello di oggi è l'atto finale di un iter investigativo lungo e tormentato.

Tantissimi i presunti colpevoli, dal portiere dello stabile di via Poma Pietrino Vanacore, poi morto suicida durante il processo nel marzo scorso, al datore di lavoro della vittima Salvatore Volponi fino a Federico Valle, il nipote dell'architetto Cesare che abitava nel palazzo. Tutti e tre però sono usciti di scena, scagionati, e su via Poma è caduto il silenzio fino al 2004, quando grazie a progressi tecnologici i Ris hanno riesaminato i reperti, conservati per anni, e le indagini sono state riaperte. Nel 2007 Busco rientrò ufficialmente nell'inchiesta il 6 settembre venne iscritto dalla Procura di Roma nel registro degli indagati. A condannarlo a 24 anni sono stati il dna trovato su un corpetto di Simonetta, probabilmente saliva anche se non viene escluso sudore, e la coincidenza della sua arcata dentaria con i segni di un morso trovato sul seno sinistro della vittima. E anche macchie di sangue compatibile col suo trovate sulla porta dell'ufficio. Prove trovate a distanza di anni e che a distanza di anni hanno scritto la condanna di Raniero Busco. (Ansa).

La redazione di Zone d'Ombra rimane in attesa delle motivazioni della sentenza prima di esprimere un giudizio.

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