VIA POMA : L'ultimo giallo

Casi irrisolti

"Nelle tracce di sangue la firma del vero assassino"


La difesa di Raniero Busco, condannato a 24 anni per l'omicidio di Simonetta Cesaroni, tira fuori una carta che potrebbe essere determinante per ribaltare il verdetto di primo grado. Il 24 novembre inizia il processo di appello e i legali di Busco, Franco Coppi e Paolo Loria, depositano la lettera di uno degli esperti di medicina legale chiamato all’epoca del delitto ad analizzare le tracce biologiche trovate sulla porta dell’ufficio di via Poma. Sangue che non era di Busco, non era di Simonetta e quindi non poteva che essere dell’assassino, come rileva Angelo Fiori, medico legale di livello internazionale che scrive al professor Coppi.

Le sue sono parole che pesano: «... Quando è stata resa nota sentenza scrive - sono rimasto molto colpito dalla condanna in quanto i dati probatori di mia diretta conoscenza erano tali da mettere in serio dubbio le conclusioni della Corte». Nella sentenza di condanna viene liquidata come ininfluente la traccia ematica di gruppo «A» rilevata sulla parte interna della porta e sulla tastiera del telefono. Traccia che attesterebbe la presenza sul luogo del delitto di una persona diversa da Simonetta e da Busco, entrambi di gruppo «0».

Ma la condanna di Busco annulla questa prova. Cosa che turba il professor Fiori che analizzò quelle tracce. «Ho riletto - continua - la mia relazione d'ufficio collegiale, redatta con i prof. Pascali e Destro-Bisol su incarico del Gip Giuseppe Pizzuti. Poiché non sono stato sentito durante il processo mi chiedevo cosa ne fosse stato degli accertamenti su tracce da me eseguiti all’epoca». Fiori ricorda quei giorni nei laboratori di medicina legale dell’Università Cattolica (che allora dirigeva) e racconta di quella lunga striscia di sangue di gruppo «A» trovata sulla maniglia della porta dell’appartamento. 

«Esaminammo il sangue di varie persone, anche offertesi spontaneamente. Tra queste Busco, che è di gruppo zero». Fiori è stupito che questo dato non sia stato valutato adeguatamente: «La verità processuale è che il sangue sulla maniglia è di gruppo A e che Simonetta e Busco sono di gruppo «0». Nella sentenza il tema è appena sfiorato ed accantonato incomprensibilmente e colpevolmente. Se ne deve dedurre con certezza processuale: che il sangue della maniglia non è di Busco, bensì di un’altra persona che evidentemente si è ferita colpendo Simonetta». O «che in alternativa si può solo immaginare che gli assalitori presenti fossero due e che comunque uno soltanto si è ferito ma non Busco!». 

Tutto da rifare dunque? Certo è che la sentenza di primo grado che condanna dopo 20 anni dal delitto Raniero Busco a 24 anni si basa su un sillogismo, come rivelano i motivi di appello aggiunti depositati dalla difesa: le tracce di Dna riconducibili a Busco trovate sul corpetto e sul reggiseno sarebbero poste in prossimità del seno sinistro, «zona che presenta un segno interpretabile come morso inflitto contestualmente all’azione omicidiaria». Quindi, secondo l’accusa, e la sentenza di condanna, se il Dna è situato nella zona del morso, e questo è stato dato nel corso del delitto, il Dna appartiene all’autore del delitto. Secondo la difesa però «ogni elemento del sillogismo accolto nella sentenza rimane di per sé indimostrato». 

A iniziare dal fatto che quelle tracce non si sa se siano saliva. E lo stesso generale Garofano, allora perito della Procura, ammette che si è giunti a ritenere che quelle tracce fossero saliva esclusivamente per un discorso logico-deduttivo che ha come perno l’ipotesi del morso: «È probabile che quel segno sia un morso ergo, quel materiale è saliva». Indimostrabile anche, secondo i legali di Busco, che le tracce di Dna siano state rilasciate contestualmente al delitto. Busco potrebbe avere lasciato il proprio Dna in un’altra occasione visto che Busco e Simonetta Cesaroni erano stati insieme il sabato precedente l’omicidio.

La Stampa

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