VIA POMA: Prima della sentenza di secondo grado

Casi irrisolti

Il processo d'appello. Nessuna prova, solo ipotesi e teorie.

Le difficoltà dell'accusa.


Ebbene ci siamo. Entro la fine di questa settimana si dovrebbe arrivare alla sentenza a carico di Raniero Busco, condannato in primo grado a 24 anni per l’omicidio di Simonetta Cesaroni.

In sostanza, prima della decisione della Corte d’assise d’appello composta dal Giudice Lucio D’Andria, a latere Giancarlo De Cataldo e i 10 giudici popolari (8 donne e 2 uomini) parlerà l’altro legale della parte civile, l’avvocato Lauro, poi parola alla difesa dopodiché la Corte si ritirerà in camera di consiglio.

Senza entrare troppo nel merito di questo processo d’appello, ci sono alcuni elementi da analizzare per comprendere meglio il percorso che porta alla sentenza. E anche per capire le difficoltà dell’accusa nel sostenere la colpevolezza dell’ex di Simonetta. Anche perché, prove schiaccianti non ce ne sono e con le teorie e le ipotesi non si condanna nessuno, anche se è già successo in primo grado.

Il procuratore generale Alberto Cozzella ha puntato sulla personalità dell’imputato, uomo violento e senza scrupoli. Un delitto di “particolare virulenza e crudeltà, commesso da Raniero Busco, soggetto particolarmente violento”. Nella sua requisitoria, il magistrato giunge a tale convinzione dopo aver delineato le personalità di Simonetta, una “brava ragazza di venti anni, un po’ ingenua, di buoni sentimenti e di buona famiglia”, e di Raniero che invece, “picchia anziani vicini di casa, pronuncia oscenità alla cognata, denuncia come possibili autori del delitto tutti i suoi amici e definisce rapporti normali tutto ciò che è contrassegnato da violenza”. Da qui la ricostruzione di Cozzella: quel 7 agosto era previsto un incontro in via Poma, all’Aiag. Per il magistrato si dovevano salutare perché Raniero di lì a poco sarebbe partito per le vacanze estive con gli amici, senza Simonetta. Lei però, prosegue il procuratore generale, “chiede di nuovo affetto al fidanzato, lui invece le salta addosso, poi fa per morderle il seno, ma lei per il dolore si scansa e quindi resta solo il segno dello strusciamento. Allora Busco la colpisce con uno schiaffo al volto. Simonetta cade a terra e perde i sensi. A questo punto lui continua ad infierire mettendosi a cavalcioni sopra di lei e colpendola con 29 coltellate. Una reazione così violenta si spiega con l'esasperazione in cui si trovava Busco. Simonetta continuava a chiedergli attenzioni e amore e lo faceva anche nel suo diario e in lettere che inviava alle amiche, in cui raccontava di un rapporto fatto solo di sesso. Simonetta era solo un corpo usato e non amato. Busco ha invece reagito con violenza, come dimostrato in altre occasioni, infatti, quando si sente esasperato reagisce in questo modo”. Questa in sostanza la tesi accusatoria del p.g. che afferma anche la mancanza di alibi del Busco.

L’avvocato Federica Mondani (legale famiglia Cesaroni), forte sostenitrice della colpevolezza del Busco, ha iniziato dalle lettere che la ragazza dal 1987 scriveva per sottolineare la sofferenza che provava nella relazione con Raniero il quale, a 20 anni, non aveva troppa voglia di legarsi a lei. L’avvocato ha poi asserito (e anche questa non è una novità) che Busco conosceva l’indirizzo dell’Aiag ma lo ha sempre negato. E ha puntato anche sul morso che è un morso, contro ciò che invece riferiscono le perizie della Corte. Poi sulle tracce di sangue sulla scena del crimine, riconducibili ad altre persone e non al Busco, per l’avvocato non hanno importanza, quello che conta, secondo la Mondani, è il Dna trovato sul corpetto della vittima. Cioè il Dna deve essere tenuto presente nella valutazione finale, mentre le strisciate di sangue sulla porta della stanza nella quale è stato ritrovato il corpo e nell’ascensore, non hanno alcuna valenza.

Dunque par di comprendere che anche questo processo di appello, come quello di primo grado, non abbia portato ad alcuna certezza. E neanche novità ma solo elementi a favore dell’assoluzione. Ed è proprio questa la grande difficoltà degli accusatori di Busco, tant’è che l’avvocato Mondani ha terminato la sua requisitoria concentrando le attenzioni sulla violenza sulle donne mostrando un video con donne uccise dai propri ex, e terminando con la foto di Simonetta mentre si sente il pianto di un neonato. In un’aula di tribunale!

“Non è una trasmissione televisiva…” si è lamentato il giudice D’Andria; “Mai vista una cosa del genere”, il laconico commento del professor Coppi difensore di Busco.

Ecco, dopo questo video non credo possano esserci più dubbi: l’approfondimento tanto atteso da 22 anni su questo caso non c’è stato e le strade seguite sono state solo ipotesi e deduzioni non suffragate da prove. Il video finale ne è la riprova: come se Busco adesso dovesse pagare per tutte quelle povere donne uccise dai propri amanti assassini. E allora chiudo con una piccola e semplice domanda, in attesa della sentenza: ma se a essere coinvolta nell’omicidio ci fosse una donna?

 

Giovanni Lucifora

centrometeo.com