VIA POMA: Dopo la Cassazione torniamo a ragionare.

Casi irrisolti

L’unico colpo di scena sul caso di via Poma c’è stato il 26 gennaio del 2011 quando i giudici del processo di primo grado hanno condannato Raniero Busco a 24 anni di carcere, per il resto solo dolore. Dolore per la morte violenta di una giovane ragazza particolarmente intelligente, dolore per la morte di Claudio, padre coraggioso che dopo anni di battaglie non ha retto più e ha raggiunto il suo angelo in cielo. Dolore per mamma Anna e per la sorella Paola, ma anche per i tanti che le volevano bene e che ancora oggi la ricordano come una ragazza solare, pulita e amante della vita. A loro va il pensiero al termine del lungo iter giudiziario che ha portato all’assoluzione definitiva del fidanzato dell’epoca di Simonetta Cesaroni. Avevano 21 anni, altri tempi, ora anche per Raniero Busco rimane solo dolore, quello della moglie Roberta, dei figli e dei tanti amici e parenti che non lo hanno mai abbandonato. Adesso è libero. Sono liberi.

Ma c’è anche il dolore della famiglia Vanacore per il suicidio di Pietrino, portiere occhi di ghiaccio dello stabile di via Poma, annegato volontariamente (senza aver ingerito alcun veleno…) nel mare vicino casa – provincia di Taranto - dove era tornato dopo il ‘fattaccio’. E lo fa poche ore prima di andare davanti ai giudici del processo di primo grado…

Insomma questa è una brutta e drammatica vicenda che sembra non finire mai.

Ora però, appunto, torniamo a ragionare. Ripartiamo dal fatto (e chi di dovere poteva farlo in occasione del processo di primo grado…) che sulla scena del crimine la firma dell’assassino c’è e si potrebbe azzardare anche l’ipotesi di più assassini (o comunque di più persone presenti durante l’omicidio).

Qualcuno una volta mi disse che adesso le analisi investigative più progredite si basano soprattutto sul Dna che si trova sul luogo del delitto. Io, ignorante giornalista di strada, resto però convinto che se si dovessero trovare tracce di sangue, di gruppo differente da quello della vittima (gruppo 0), finanche da quello dell’ex imputato (anche lui gruppo 0) e magari … che so’… di gruppo A (tanto per dire), proverei a percorrere l’unica pista che (sin dall’inizio – 7 agosto 1990) indica un fatto certo, ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ (cit.): l’assassino/i ha lasciato la sua firma. Non è certo una novità, lo sa’ chi segue il caso da tempo e lo sa’ l’assassino/i, perché negli uffici di via Poma, terzo piano – scala B, e nell’ascensore, sangue, oltre a quello di Simonetta, c’era; più tracce, di gruppi diversi e tutte analizzate in laboratorio. All’inizio fu stilata una lista di nomi che però non portò a nulla. Ora di tempo ne è passato, un processo è finito e chissà quanto altro tempo dovrà trascorrere prima che le certezze processuali possano trovare punti di unione con eventuali piste alternative che hanno lambito questo caso (qualora ci fossero piste alternative ovviamente). Di tempo ce n’è ormai e nel caso di via Poma la calma è d’obbligo, nonostante tutto.

Giovanni Lucifora

centrometeo.com