Via Poma: depositata la sentenza della Cassazione

Casi irrisolti

Le motivazioni dell’assoluzione di Busco
e la fine del processo mediatico

Sette mesi fa la Cassazione si pronunciava sull’omicidio di Simonetta Cesaroni. Alla sbarra c’era l’ex fidanzato Raniero Busco al quale in primo grado era crollato il mondo addosso per la condanna a 24 anni di reclusione. A inchiodarlo, sostanzialmente, era stata una traccia di Dna sul corpetto di Simonetta, i dubbi sull’alibi e un presunto morso. Non si era però tenuto conto di altri elementi come il sangue di un gruppo diverso da quello della ragazza e di Busco, sangue di qualcun altro, rilevato sulla scena del crimine. Non si erano chiarite neanche le circostanze del ritrovamento di un’agendina del portiere del palazzo di via Poma tra i reperti di Simonetta. E non aveva convinto la tesi legata a una telefonata ricevuta da Simonetta poche ore prima di essere uccisa. Solo per fare degli esempi perché questa è una storia piena di errori e sospetti.


Tutto inizia il 7 agosto del 1990 quando Simonetta Cesaroni, 20 anni, viene trovata morta con indosso solo un corpetto, il reggiseno e i calzini, all’interno dell’ufficio dell’A.i.a.g (Associazione italiana alberghi della gioventù) nel palazzo della via diventata l’icona del mistero e del delitto, via Poma. L’assassino l’aveva tramortita con un colpo alla testa, forse un violento schiaffo e si era accanito con 29 fendenti di un’arma da taglio mai trovata. Una violenza inaudita. Per quale motivo? Quale il movente?


Tanti i misteri in questa vicenda come il suicidio del portiere Pietrino Vanacore pochi giorni prima della deposizione in aula nel processo di primo grado contro il fidanzato dell’epoca di Simonetta. Raniero Busco, un uomo sposato, padre di due gemelli che all’improvviso si è trovato davanti a una Corte e in mezzo alla follia mediatica. E la Corte lo aveva condannato a 24 anni di reclusione togliendogli anche la patria potestà. In Appello il verdetto si era rovesciato con un’assoluzione piena. Un incubo che stava quindi per svanire, stava, perché mancava ancora la Cassazione. I supremi giudici chiudevano definitivamente la vicenda giudiziaria con la conferma dell’assoluzione ‘per non aver commesso il fatto’. L’incubo per Busco così è svanito.


Alla fine allora si ripensa alla vittima, alla famiglia della vittima, alla morte del papà di Simonetta, al suicidio di Vanancore e a sette anni di angoscia, quelli di Busco e dei suoi cari. Busco è stato iscritto sul registro degli indagati nel 2007 e la Suprema Corte si è definitivamente pronunciata quest’anno, a febbraio. La sentenza è stata depositata pochi giorni fa. Sette anni.
Gli ‘ermellini’ hanno sancito che mancano le prove. Il segno sul seno di Simonetta che era stato considerato un morso tale non era quindi è stato impossibile attribuire a Busco un qualcosa che non esisteva; scrivono i supremi giudici, si dimostra “l’insostenibilità della sua attribuzione a Busco e dell’origine salivare del Dna presente sui capi di vestiario repertati’.


Inoltre sono state considerate delle congetture (e con le congetture non si condanna – fortunatamente – nessuno) alcuni aspetti come ‘l’effettuazione della telefonata da Simonetta Cesaroni a Busco all’ora di pranzo di quel giorno, il contenuto di tale telefonata, la conoscenza da parte di Busco del luogo dove la Cesaroni lavorava, la spontaneità della svestizione da parte della vittima, l’autore dell’opera di ripulitura della stanza, le modalità e i tempi di tale condotta, movente dell’omicidio, la falsità dell’alibi da parte dell’imputato”.


La sentenza di una trentina di pagine però va oltre sostenendo che ci sono evidenti zone d’ombra. Si legge infatti che esistono punti oscuri ‘non spiegati e niente affatto secondari; si pensi, tra di essi, al rinvenimento dell’agenda di Pietro Vanacore fra gli effetti personali della vittima’.
A questo punto però la speranza di trovare l’assassino di via Poma se non è tramontata, poco ci manca. Resta la tristezza, anche dopo 24 anni, per la morte di una giovane ragazza piena di vita. Nell’aria voleranno per sempre le domande sulle modalità del suicidio di Vanacore. Rincuora però sapere che un innocente non ha pagato per qualcun altro. Rincuore sapere che la consapevolezza della propria onestà genera una forza invisibile che può portare a ribaltare sentenze di condanna. Rincuora sapere che la giustizia, almeno in questo caso, alla fine, ha restituito un uomo alla sua vita. Non rincuora sapere che lo ha fatto dopo sette anni.


Forse più di tutto, per comprendere cosa è stato il processo di via Poma, è significativo leggere alcune frasi della pagina Facebook della moglie di Busco, la donna che gli è sempre stata vicino, Roberta Milletarì: ‘(…) alla fine, non avrai nulla in cambio…una parola, un ‘ci dispiace’ , un ‘ci siamo sbagliati’… niente… Sarebbe bastato uno ‘Scusa’, ma si sa, ormai siamo abituati, chi sbaglia raramente chiede scusa, figuriamoci se a sbagliare è lo stesso Stato di cui fai parte… quindi al grave senso di Inguistizia che mi rimane, posso aggiungere un profondo disgusto per tutti quelli che sapevano e, noncuranti, hanno continuato a perseguitare un Innocente… Che la vita vi renda quello che avete seminato… Roberta’.


Giovanni Lucifora / fonte Ventonuovo.eu





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