VIA POMA: Il suicidio di Vanacore

Casi irrisolti

20 anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio. Lasciate almeno in pace la... (mia famiglia)’; queste le ultime parole di Pietrino Vanacore, ex portiere dello stabile di via Poma (Roma) dove nell’agosto del ’90 fu trovato il corpo massacrato di Simonetta Cesaroni. L’ultimo atto di un uomo sicuramente provato da quell’orrenda vicenda ma che, a questo punto, si lascia troppi fantasmi alle spalle.

‘Venti anni di persecuzioni: sono stanco delle angherie’
e ancora
‘Venti anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio’.

Le parole erano scritte su un cartello trovato sul cruscotto della sua auto nei pressi del luogo del ritrovamento, località Torre Ovo, nei pressi di Marina di Maruggio (Taranto), vicino alla sua casa di Monacizzo. Un altro biglietto era sul tergicristallo e un altro ancora, sembra, nel garage di Vanacore.

La caviglia dell’uomo era legata ad una lunga fune assicurata all'altra estremità ad un albero della scogliera. Sembra che in precedenza avesse ingerito dell'anticrittogamico (sostanza tossica) che aveva portato con se in una bottiglietta ritrovata nell’auto parcheggiata li vicino.
Nessun segno di violenza.
Per il momento è troppo presto tentare un esame tecnico per decifrare il suicidio di Vanacore; dopo l’autopsia potrebbero esserci delle sorprese.

L’ex portiere di via Poma doveva essere ascoltato (in qualità di testimone) venerdì prossimo nel processo in corso a Roma sull’omicidio di Simonetta Cesaroni. Alla sbarra Raniero Busco (fidanzato di Simonetta).

Nei post precedenti tutta la vicenda.

In queste ore si susseguono le dichiarazioni. Per l’avvocato Antonio De Vita, legale storico del Vanacore, “si sentiva braccato, vittima di una continua caccia all'uomo. Non aveva più una sua vita da tanto, troppo tempo. Si sentiva come un detenuto al 41 bis. Lui era un uomo libero, eppure non più libero".

“Se è vero che Vanacore ha dichiarato insofferenza e dolore significa che è stato lui a chiudersi in sè stesso. Se voleva poteva liberarsi da questo tormento invece ha preferito non rispondere». Lo dichiara l'avvocato della famiglia di Simonetta Cesaroni, Lucio Molinaro.

Ma la dichiarazione dell’avvocato Paolo Loria, che difende l’indagato Raniero Busco, lascia riflettere. “Non so come interpretare questo fatto.”  Ha detto il legale, “la morte di Vanacore è troppo vicina alla scadenza processuale per non essere collegata. E sicuramente lui non se l'è sentita di testimoniare. Ha vissuto con rimorso sulla coscienza questa storia, e non perché lui fosse l'autore dell'omicidio, ma perché sapeva. Evidentemente, però, non poteva parlare neanche a distanza di anni. Non se l'è sentita, insomma, di affrontare i giudici, gli avvocati e la testimonianza in aula”.
In pratica l’avvocato Loria torna sulla tesi del suo assistito Raniero Busco che durante alcune interviste aveva sostenuto che Vanacore sapeva qualcosa. Aveva fatto intendere che Vanacore non era l’autore dell’omicidio ma che aveva avuto un ruolo nei momenti successivi al delitto.

Ha parlato anche Italo Ormanni, ex procuratore aggiunto capitolino che per anni ha lavorato a questo caso. “Non è un mistero che alla riapertura delle indagini, dovendo approfondire nuovamente tutte le posizioni, fu deciso di indagare nuovamente anche su Vanacore. Era inevitabile, ma non emersero elementi su di lui. Poi, alla luce delle conclusioni peritali che individuavano una traccia di saliva sul corpetto di Simonetta e indicavano la compatibilità del segno di un morso sul cadavere con l'arcata dentale di Raniero Busco, finimmo tutti per non avere alcun dubbio su quest'ultimo”. Dubbi che però ancora oggi non convincono e che il processo in corso, si spera, chiariranno.

Proseguiamo con quest’analisi a caldo. E leggiamo un’agenzia di stampa:
‘Di Pietrino Vanacore aveva parlato ieri il Tg5 delle 20, ricordando che l'ex portiere dello stabile di via Poma sarebbe stato chiamato a deporre venerdì prossimo. Nel servizio, la giornalista Pierangelo Maurizio ricordava che dagli atti emergevano due telefonate partite dall'ufficio di Via Poma, dove fu trovata morta Simonetta. Le telefonate erano partite da quell'utenza alle 20.30 e alle 23, entrambe quindi quando il delitto non era stato ancora scoperto. Le telefonate erano «dirette a casa di Mario Macinati, un contadino che a 40 km da Roma curava la tenuta dell'avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, presidente dell'associazione italiana Ostelli della Gioventù. Alla moglie di Macinati, che rispose al telefono, il misterioso interlocutore dice di chiamare l'avvocato urgentemente. Gli inquirenti pensano che non si trattasse dell'assassino bensì dello stesso Vanacore». Nel servizio si ricorda che «Mario Macinati oggi è indagato per falsa testimonianza. Ha detto di non conoscere Vanacore, ma in un'intercettazione ambientale ha rivelato che avrebbe mentito agli investigatori. Al Tg5 ha detto che l'intercettazione è stata mal interpretata». «Chi ha telefonato ha ritardato le indagini e, di fatto, ha permesso all'assassino di Simonetta di farla franca».'

Fino a qui i fatti di oggi.

La morte di Vanacore dunque non scioglie alcun dubbio sull’interrogativo più importante di tutti: era a conoscenza di qualcosa in relazione a quel giorno (7 agosto ’90) oppure no? Ad oggi la risposta è no, non sapeva nulla, ma per chi nutre dei dubbi i margini di approfondimento ci sono ancora...
Inoltre, questo suicidio potrebbe avere un seguito e dare una scossa a tutta la vicenda.
Venerdì prossimo in aula si presenteranno l’ex datore di lavoro di Simonetta, Salvatore Volponi, il figlio Luca e l’ex moglie di Vanacore, Giuseppa de Luca e il figlio Mario, attualmente residente a Torino. Anche lui fa il portiere di un condominio.

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