VIA POMA: Settima udienza

Casi irrisolti

Sono trascorsi 20 anni da quel maledetto 7 agosto 1990 e i ricordi sono annebbiati. Oggi nell’aula bunker di Rebibbia la settima udienza del processo di via Poma dove la terza corte d’Assise ha ascoltato alcuni testi. I punti da chiarire riguardavano l’enigma delle telefonate partite dagli uffici di via Poma la sera dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni e eventuali legami personali con la vittima e con Pietrino Vanacore. Il rebus però si infittisce. Testimonianza fondamentale doveva essere quella di Mario Macinati, il fattore della tenuta di Tarano in provincia di Rieti di proprietà di Francesco Caracciolo di Sarno, l’ex presidente dell’Aiag (Associazione italiani alberghi della gioventù). La casa di Macinati dista 16 chilometri dalla tenuta di Caracciolo; quest’ultimo non aveva un telefono nella sua abitazione e aveva dato come riferimento il recapito del fattore che ricevette due chiamate: “La prima arrivò verso le 21, - ha detto Macinati ai giudici - la seconda verso le 23. Io ero stanco morto; rispose mia moglie. Il giorno dopo dissi all'avvocato che avevano telefonato quei matti degli Ostelli ma che non dissero chi erano”.

Questa dichiarazione è stata confermata anche dal figlio: “…Mia madre rispose che mio padre stava riposando e che l'indomani mattina glielo avrebbe detto”. Ecco che spunta l’ennesima zona d’ombra di questa vicenda: si è sempre pensato infatti che a telefonare fosse stato Pietrino Vanacore, e questa è l’ipotesi anche del p.m. Ilaria Calò. Secondo Macinati però, quelle telefonate non furono fatte dall’ex portiere di via Poma. Tra l’altro, il fattore, ha cambiato ancora una volta versione sostenendo di non aver mai conosciuto Vanacore; in precedenza aveva rilasciato un’altra testimonianza giustificandosi così oggi davanti ai magistrati: “Mi sono sbagliato quando ho detto il contrario. Volete arrestarmi per questo?”.

C’è comunque qualcosa che non quadra perché nel corso di una conversazione in auto con il figlio (28 marzo 2008), oggetto di intercettazione ambientale ascoltata in aula, Macinati ha affermato di aver negato di conoscere Vanacore perché altrimenti Caracciolo si sarebbe arrabbiato.

Caracciolo: “Di quel periodo non ricordo nulla. Escludo di aver ricevuto una telefonata per la notizia della morte della ragazza”. L’ex presidente dell’Aiag ha poi sottolineato che “Nessuno può dare molto senso a quello che dice Macinati”.

Infine le altre due telefonate. Il pomeriggio del 7 agosto 1990, Luigina Berrettini, responsabile dell'ufficio del personale, sentì due volte Simonetta. “Erano le 17:15 quando Simonetta mi chiamò a casa - ha detto la Berrettini - Mi disse che aveva difficoltà nell'inserimento di alcuni dati nel computer. Io non sapevo come aiutarla perchè non avevo dimestichezza con il computer, e allora le chiesi di darmi il numero dell'ufficio. Prima avrei sentito, come feci, Anita Baldi, che era il direttore amministrativo dell'associazione, e poi l'avrei richiamata. La Baldi m'indicò la soluzione del problema e io gliela dissi”. Luigina Berrettini ha poi sostenuto di non aver mai conosciuto personalmente Simonetta e di averla sentita solo telefonicamente”.

Tra molti ‘non ricordo’ il processo prosegue. Prossima udienza, il 7 maggio; saranno ascoltati tre marescialli dei carabinieri sugli accertamenti svolti dopo la riapertura delle indagini e sull'esito delle intercettazioni telefoniche.

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