VIA POMA: La vicenda

Casi irrisolti

 

Il 3 febbraio è iniziato il processo contro Raniero Busco per l’omicidio di Simonetta Cesaroni. Il 7 maggio nell’aula bunker di Rebibbia a Roma si svolgerà l’ottava udienza. In questo articolo ricostruiamo la vicenda,  il giorno del delitto, i protagonisti e le Zone d’Ombra nelle  indagini.

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1^ parte (Da via Serafini a via Poma)

Ancora oggi c’è un velo oscuro attorno agli austeri palazzi di via Poma. La portiera che ha preso il posto della seconda moglie di Pietrino Vanacore sbatte il massiccio cancello di ferro davanti ai giornalisti. Un gesto che probabilmente avrà fatto anche Giuseppa De Luca dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni. Era l’estate del 1990.

Un omicidio strano, ancora oggi inspiegabile. Lei, Giuseppa (chiamata Pina), all’epoca, aveva un solo desiderio: che tutto finisse in fretta. Lui, Pietrino, con i suoi ‘occhi di ghiaccio’ fece i bagagli, caricò la macchina e assieme alla moglie tornò a Monacizzo in provincia di Taranto. Lontano da quella storia, da quel pomeriggio del 7 agosto; da fantasmi tornati dal passato che all’improvviso hanno chiesto il conto.

“Sono innocente” ripeteva agli inquirenti, eppure un mesetto di carcere se lo fece. Senza chiedere scusa poi però lo salutarono e lo liberarono. Un errore giudiziario, il solito errore di magistrati e investigatori assettati di verità, una qualsiasi verità purché esca fuori il colpevole, un colpevole.

Oggi, a distanza di 20 anni, c’è un altro indagato. Un altro presunto colpevole. E’ Raniero Busco, 44 anni, lavora all’aeroporto di Fiumicino ed era fidanzato con Simonetta all’epoca dei fatti. Oggi Raniero è sposato, ha due figli, pochi capelli ma la caratteristica fisica che lo inchioda alla sbarra degli imputati è la bocca e nello specifico l’arcata dentaria.

Ma facciamo un passo indietro, anzi, facciamone tanti e torniamo al pomeriggio del 7 agosto 1990.

E’ martedì. Fa caldo, c’è molta afa a Roma e il cielo è pure coperto; Simonetta esce di casa con un ombrellino, dovesse piovere, non si sà mai.

La sua auto, una 126, ha dei problemi e quel giorno deve essere portata dal meccanico, quindi da via Serafini dove abita, zona Tuscolano, quartiere della periferia romana, raggiungerà in metropolitana via Poma, quartiere Della Vittoria, zona centro. Alla fermata Subagusta ci arriva grazie a un passaggio della sorella Paola.

Stop; ancora un passo indietro.

Cosa deve fare in via Poma Simonetta Cesaroni?

Il 7 agosto?

Il giorno prima della partenza per le vacanze?

Dopo il diploma in ragionera, dattilografa analista contabile, all’inizio del ’90, aveva trovato lavoro in uno studio commerciale in via Maggi nr.109, Reli sas,  gestito da Ermanno Bizzocchi e Salvatore Volponi. Simonetta lavora 3 giorni a settimana, il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 9 a mezzogiorno e dalle 16 alle 19,30. Tra i clienti dell’ufficio c’è l’A.I.A.G., Associazione italiana alberghi della gioventù. La sede regionale si trova in Via Poma 2. Il presidente, all’epoca, era Francesco Caracciolo di Sarno.

L’A.I.AG. ha bisogno di una persone per l’inserimento dei dati nel computer dato che il dipendente che se ne occupava ha trovato lavoro da un’altra parte. Volponi propone la ragazza a Caracciolo. Simonetta è una ragazza sveglia e affidabile così 2 pomeriggi a settimana, a partire da luglio, si reca in via Poma, il martedì e il giovedì. Sembra sia stato proprio il presidente dell’A.I.A.G.  a insistere perché la ragazza lavorasse il pomeriggio. Questo secondo le dichiarazioni messe a verbale da una dipendente dell’A.I.AG., Anita Baldi davanti ai p.m. Ilaria Calò e Roberto Cavallone.

Dunque torniamo al 7 agosto.

Simonetta, dopo il passaggio in macchina con la sorella, scende nella metropolitana di Subagusta. Da questo momento possiamo solo basarci su ipotesi investigative che a distanza di 20 anni non possono darci le certezze delle quali avremmo bisogno. In effetti, se è vero come è vero, che Simonetta è giunta alla fermata della metro, di contro non possiamo essere certi che sia salita su un convoglio. Unico, e ultimo elemento certo, è che Simonetta è arrivata a via Poma. Come? Da sola? E’ scesa in qualche fermata intermedia prima di arrivare a Lepanto (la fermata più vicina a via Poma)? Ha incontrato qualcuno? Aveva appuntamento con qualcuno?

Pochi giorni prima, sulla spiaggia di Tor san Lorenzo, Simonetta conosce un giovane. Simonetta, in quel periodo è fidanzata con Raniero. Un rapporto sul quale ci soffermeremo fra un pò. Il ragazzo conosciuto al mare viene ascoltato dagli inquirenti e subito rilasciato.

Secondo i calcoli degli investigatori, Simonetta esce di casa alle 14,30, arriva alla fermata della metro Subagusta alle 15. Saluta la sorella.

Proseguiamo con dati logici ma non provati.

Ammettiamo allora che abbia preso il primo trenino utile alle 15. Fino alla fermata Lepanto si impiegano 40 minuti e per arrivare a piedi in Via Poma, altri 10 minuti. Non sono ancora le 16. Entra al civico 2, i portieri sono attorno alla vasca del giardino ma nessuno si accorge della ragazza. Secondo le loro testimonianze non sarebbe entrato nessuno a quell’ora. Nessuno. E già, perché Simonetta, potrebbe essere entrata anche in compagnia ma nessuno si accorge di nulla. La vasca attorno alla quale si trovano i portieri dista una quindicina di metri dall’ingresso del condominio e dal portone del palazzo. Ci sono alberi e piante che rendono difficile la visuale. Certo, la visuale, ma i passi solitari in un caldo pomeriggio estivo non si sentono? Evidentemente no.

Nel gruppo dei portieri però manca Pietrino Vanacore, per questo viene indagato, mandato in carcere. Ma anche di questo ci occuperemo in seguito.

Simonetta entra al civico 2, percorre una decina di metri, a destra c’è il portone. Sale al terzo piano e apre la porta dell’A.I.A.G. con le chiavi che le ha dato Volponi. Adesso è all’interno dell’ufficio.

 

2^ parte (L’ora della morte, Federico Valle, Pietrino Vanacore)

Secondo le perizie Simonetta Cesaroni è morta tra le 17,35 e le 18,20. Ma come si arriva a questa ipotesi?

La ragazza alle 18,20 deve telefonare al suo datore di lavoro, Salvatore Volponi, per aggiornarlo sulle pratiche che sta svolgendo. Non telefonerà mai. Secondo la mamma, Anna Di Giambattista, la figlia era molto puntuale ma soprattutto avvisava sempre in caso di ritardo.

Alle 17,15 Simonetta telefona a una collega, Luigia Berrettini, in quanto non ricorda una password per l’accesso ad alcuni files. La Berrettini le dice che la richiamerà a breve. Riattaccano. Nel frattempo Luigia chiama un’altra collega, Anita Baldi. Dopo poco più di mezz’ora la Berrettini richiama l’ufficio di via Poma e fornisce la parola chiave a Simonetta che così può proseguire il suo lavoro.

Qui troviamo una delle tante zone d’ombra della vicenda. Sembra infatti che Simonetta conoscesse meglio Anita Baldi che Luigia Berrettini, allora perché non chiamarla direttamente?

Inoltre, dato che la Berrettini non conosceva direttamente Simonetta, come si fa ad affermare che fosse proprio Simonetta al telefono? Questo è un dato fondamentale nell’inchiesta perché l’ora della morte si basa unicamente su queste telefonate; infatti per risalire all’ora della morte di una persona bisogna prendere la temperatura corporea e compararla con quella del luogo tramite determinati calcoli, operazione che però non è stata effettuata. Dunque Simonetta è morta tra le 17,35 (telefonata della Berrettini)e le 18, 20 (telefonata, mai avvenuta, a Volponi)…

Altri dati però lasciano perplessi. Uno di questi, non riportato nei verbali, riguarda una frase dell’ingegnere Cesare Valle, l’anziano 88enne (oggi deceduto) che abitava ai piani alti del palazzo che ospitava l’A.I.A.G.

Cesare Valle è anche colui che ha progettato i 6 palazzi del condominio di via Poma (i civici 2 e 4). L’uomo aveva dichiarato agli investigatori di aver sentito dei lamenti ‘come di una bambina che piagniucola’ in quel pomeriggio del 7 agosto (fonte: avvocato Raniero Valle, figlio dell’ingegnere, dichiarazione rilasciata al sottoscritto in 2 interviste).

Data l’età di Cesare Valle, gli inquirenti però ritengono utile verbalizzare questa dichiarazione in quanto il fatto riportato dal valle ‘poteva essere accaduto anche nei giorni precedenti’.

E il nome di Valle ci riporta (non in ordine cronologico) al terzo indiziato: Federico Valle.

Qui le cose si complicano ulteriormente.

Un austriaco, Roland Voeller, nel marzo del ’92 afferma di sapere chi ha ucciso la ragazza. Dichiara che nel maggio del ’90, accidentalmente, conosce la mamma di Federico, Giuliana Ferrara. La donna è l’ex moglie di Raniero Valle, papà di Federico. Durante una telefonata, Voeller, a causa di un’interferenza, si ritrova a parlare con Giuliana. I due diventano amici.

Il 7 agosto, giorno dell’omicidio, la donna avrebbe riferito all’austriaco che il figlio, Federico, è tornato a casa tardi, stravolto e con un taglio alla mano. Il ragazzo era andato a trovare il nonno Cesare. Immediatamente indagato, l’ipotesi accusatoria vuole che Federico, sofferente per la separazione dei genitori, vedrebbe in Simonetta una persona da punire in quanto, sempre secondo l’accusa, il papà Raniero avrebbe una relazione con lei.

Raniero però dichiara di non conoscere Simonetta.

Giuliana smentisce Voeller e dice di non avergli parlato il 7 agosto.

Federico ha un alibi: è stato tutto il giorno a casa, debilitato dal caldo, in quanto anoressico.

Roland Voeller sarebbe un informatore dei servizi segreti.

Il suo nome infatti era già comparso nell’inchiesta sulla morte della contessa Alberica Filo della Torre all’Olgiata, zona residenziale alle porte di Roma. E se citiamo i servizi segreti bisogna ricordare che il condominio di via Poma, secondo testimonianze non riscontrate ufficialmente, sarebbe un luogo legato al Sisde (http://archiviostorico.corriere.it/1994/novembre/12/via_Poma_spie_del_SISDE_co_0_9411124626.shtml)

Se nella prima ipotesi accusatoria a uccidere Simonetta è stato Pietrino Vanacore, nella seconda, con il coinvolgimento di Federico Valle, il portiere avrebbe avuto un ruolo minore, ovvero di colui, insieme a chissà chi…, che si sarebbe interessato alla pulizia del sangue e di altre tracce. Vien da sé che tutto questo decade a causa dell’evidente mancanza di prove. Si tratta di ipotesi, solo ipotesi. Ognuno può avere un parere ma nessuno può condannare in mancanza di prove certe.

Dunque, ancora una volta il denominatore comune è Pietrino Vanacore.

Erano 4 i portieri del condominio di via Poma. Assieme ai familiari, come detto in precedenza, dalle 16 di quel 7 agosto, dopo aver aperto i portoni, si trovavano attorno alla vasca-fontana al centro del giardino. Mancava solo lui, Pietrino. Dov’era?

Il portiere afferma e dimostra grazie a uno scontrino che alle 17,25 è andato al ferramenta ad acquistare un frullino (o un seghetto circolare).

Vanacore all’inizio viene indagato perché sui suoi pantaloni c’è una macchiolina di sangue. Questa traccia ematica però risulterà appartenere allo stesso Vanacore che da anni soffre di emorroidi e per 3 giorni consecutivamente non si è cambiato.

Il problema è che alle 22,30, il portiere dichiara di essere salito dall’ingegner Valle. Lo stesso ingegnere afferma però che Vanacore è arrivato alle 23. Che cosa ha fatto in quella mezz’ora? Queste dichiarazioni sono vere o frutto della fantasia giornalistica? Zone d’ombra. I verbali, ancora oggi, sono secretati.

26 i giorni in carcere per l’ex portiere, giorni nei quali si riaffacciano fantasmi del passato. Si viene allora a sapere che la figlia di Vanacore, all’età di 16 anni,  sarebbe andata via di casa perché il padre le riservava attenzioni particolari… (Fonte: Fiorenza Sarzanini, Corriere della sera).

 

3^ parte (Le indagini, Raniero Busco, le accuse)

Le indagini, sin dai primi momenti, sembrano confuse. E’ il 1990 e in Italia ancora non c’è la logica del cosiddetto ‘congelamento della scena del crimine’ ovvero l’isolamento del luogo nel quale è avvenuto l’omicidio a esclusione degli specialisti delle forze dell’ordine.

Nell’ufficio dell’A.I.AG. entrano tante persone, troppe. Tracce e indizi vengono ‘inquinati’ a tal punto che il famoso foglietto con la scritta ‘Ce dead OK’ sembra essere la firma lasciata dall’assassino; in realtà è uno scarabocchio lasciato da un agente (fonte: Chi l’ha visto? Rai tre).

Inoltre, e questa è una vera e propria assurdità anche all’epoca, il computer sul quale lavorava Simonetta quel giorno sarebbe stato spento durante il sopralluogo da un altro poliziotto, accidentalmente (forse), rendendo difficili le perizie. E c’è di più.

Il 7 agosto 1990, a differenza di quanto sempre affermato, nel palazzo non c’era solo l’ingegner Cesare Valle. Allora chi si aggirava tra le scale, l’ascensore e i pianerottoli? E’ bene sottolineare che la maggior parte delle risposte alle domande che stiamo ponendo possono dare un aiuto decisivo alle indagini. E sono domande che ancora oggi, a distanza di 20 anni, possono trovare riscontri.

Ad esempio, perché sugli indumenti di Simonetta non sono state effettuate perizie prima del 2004? In fondo si trovavano dove dovevano trovarsi, ovvero al tribunale di Roma.

Autinno 2004: vengono sottoposti ad analisi il fermacapelli, l’orologio, l’ombrello, i calzini, il corpetto, il reggiseno e la borsa di Simonetta Cesaroni; in aggiunta un tagliacarte dell'ufficio (la probabile arma del delitto), il quadro e il tavolo della stanza in cui avvenne il delitto; più ancora un vetro dell’ascensore della scala B, trovato sporco di sangue nel 1990. Solamente il corpetto e il reggiseno della Cesaroni daranno un risultato utile: un DNA di sesso maschile, sotto forma di tracce di saliva.

Ma torniamo ai giorni nostri. Raniero Busco. Da quello che possiamo capire, il rapporto con Simonetta non era idilliaco. Tra l’altro, nel processo in corso, potrebbe saltare fuori la testimonianza di una ragazza che all’epoca frequentava Raniero, questioni di infedeltà giovanile. Un dato sul quale non mi soffermerei troppo, a meno che non si aprano scenari oggi indecifrabili, ma staremo a vedere.

Busco la notte tra il 7 e l’8 agosto viene interrogato in Questura. Ore drammatiche da quanto racconta lo stesso Raniero. La polizia gli sbatte in faccia le foto di Simonetta massacrata, lo trattano come fosse il colpevole, lui si difende ma i poliziotti non sono teneri, anzi. Vabbè, tecniche di interrogatorio discutibili (chi controlla il controllore?).

Ma anche qui c’è un grosso problema: nonostante le ore trascorse a difendersi, il verbale che alla fine verrà trascritto sarà di una sola paginetta!

L’alibi di Raniero Busco: poco dopo le 15, è alle prese con la Panda usata acquistata dal fratello Paolo. Si trova in un’officina vicino casa, a vicolo Anagnino, nella zona di Morena. Un conoscente lo vede alle 15.15. Lo avrebbero visto altri vicini. Sembra che alle 18.40 lo abbia salutato anche un’amica che poi è salita a casa a parlare con la madre di Raniero. Qui però c’è un’altra Zona d’ombra. Nel verificare l’alibi, i p.m. Cavallone e Calò, dopo la riapertura dell’indagine, scoprono una discrepanza. Raniero dice di aver incontrato l’amico Simone Palombi che doveva portargli a riparare il motorino. Simone però, sin dall’8 agosto, aveva dichiarato che quel giorno era andato a Frosinone, dove c’era una zia che stava morendo. In effetti, la data del certificato di morte dell’anziana zia, conferma le dichiarazioni di Simone Palombi che rientra a Roma dopo le 19 e solo tre quarti d’ora dopo vede Raniero al bar dei Portici. Alle 20, poi, Raniero va a lavorare all’aeroporto in quanto di turno la notte.

Ad inchiodare l’ex fidanzato di Simonetta sono poi le tracce di saliva riscontrate sul corpetto della ragazza e il morso sul seno sinistro. Secondo le perizie, l’arcata dentaria di quel morso, ricondurrebbero a Raniero.

Bè, sulle tracce di saliva sul corpetto, appare chiaro il motivo per cui tra fidanzati l’amore, a 20 anni, non sia solo platonico. E giorni prima i due si erano ritrovati a casa di amici e si sarebbero appartati in una stanza. La perplessità, e qui scatta un’altra Zona d’ombra, è: Simonetta indossava un corpetto pulito o aveva indosso quello dei giorni precedenti? Ora sembra veramente strano che queste domande ce le poniamo oggi. E anche la mamma di Simonetta non si capacita di questo immenso ritardo investigativo. E come darle torto…

 

4^ parte (Il processo e le domande senza risposte)

Siamo all’ultimo atto di questa ricostruzione.

Proponiamo allora alcune domande (non tutte) che hanno urgente bisogno di risposte. Domande che al momento hanno avuto solo risposte sommarie ma non ancora suffragate da prove:

A che ora è morta Simonetta Cesaroni?

Qual è il movente?

Un’inquilina (Gloria Gargiulo)del palazzo di via Serafini (domicilio di Simonetta Cesaroni) avrebbe dichiarato di aver visto la ragazza in ascensore il 7 agosto ’90 verso le 15,45. Che riscontri ci sono su questo episodio?

C’era un collegamento tra l’ufficio di via Poma 2, scala B, terzo piano, ed i servizi segreti?

Ci sono ‘buchi’ nell’alibi di Pietrino Vanacore, ex portiere dello stabile?

Le tracce ematiche riscontrate sulla porta della stanza dove è stato ritrovato il corpo, riconducono, tra gli altri, a altri parenti di Pietrino Vanacore?

Chi era presente nel palazzo quel giorno?

Chi era l’uomo visto da Giuseppa De Luca (moglie di Pietrino Vanacore) uscire dal palazzo verso le 18 con un fagotto sotto braccio?

Salvatore Volponi (uno dei datori di lavoro di Simonetta – della Reli sas), conosceva l’indirizzo dell’A.I.A.G.?

Pista del Videotel. Simonetta chattava con il nick ‘Veronica’?

E’ vero che il criminologo Francesco Bruno ha affermato che l’assassino di Simonetta Cesaroni è stato individuato ma, chissà per quale motivo, non è stato fermato?

Ci fermiamo qua perché le domande sono veramente tante, troppe. L’omicidio di via Poma è destinato a non trovare una conclusione a breve. Ma tant’è… dopo 20 anni. Unico elemento positivo è che i magistrati hanno riaperto un caso che sembrava ormai sepolto.

A già. Dimenticavo. Ma dell’agendina rossa ‘Lavazza’ si è poi saputo qualcosa? E delle telefonate partite il 7 agosto 1990 alle 20,30 e 23 dall’ufficio di via Poma? E’ vero che erano indirizzate a Francesco Caracciolo di Sarno…?

 

Giovanni Lucifora

centrometeo.com