DELITTO DI ARCE: La vicenda

Casi irrisolti

Il giorno della scomparsa - Una ragazza viene trovata morta, legata mani e piedi, in un bosco. Un carrozziere trascorre 17 mesi in carcere per essere poi assolto. Un carabiniere si suicida dopo aver rilasciato clamorose dichiarazioni agli inquirenti. E’ la vicenda meglio conosciuta come il delitto di Arce, un piccolo paesino della Ciociaria vicino Sora.

Tutto ha inizio il primo giugno del 2001 quando Serena Mollicone, 18 anni, esce di casa al mattino. Deve andare all’ospedale di Isola del Liri dove arriva alle 8,50; deve sottoporsi ad un’ortopanoramica. Dopodiché torna ad Arce.

A questo punto emergono le prime Zone d’Ombra: alcune testimonianze indicano la presenza di Serena in vari posti ma la tesi più accreditata la trova alle 13,15 ad Arce mentre rientra a casa. Da questo momento della ragazza non si sa più nulla. Nel pomeriggio doveva incontrare il suo fidanzato, Michele Fioretti che non vedendola avverte il padre di Serena. Dopo varie ricerche, in serata, Guglielmo Mollicone avvisa i carabinieri.

 

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Serena è stata uccisa - Trascorre la notte, e al mattino, di Serena, non si hanno ancora notizie. Il papà stampa volantini e attacca manifesti con il volto della figlia sui muri del paese. La popolazione si attiva e le ricerche si fanno più intense in tutta la zona. Trascorre un’altra notte e l’angoscia lascia spazio alla disperazione quando, a mezzogiorno, in un boschetto, viene trovato il corpo.

A fare la scoperta un gruppo di volontari della Protezione civile. Il cadavere è nella radura di Fontecupa, frazione di Anitrella, pochi chilometri da Arce.

La scena che si presenta ai volontari è agghiacciante: il corpo è tra la sterpaglia, la testa è imbustata, braccia legate dietro la schiena con nastro adesivo e filo metallico, anche le gambe e i piedi sono legati con filo metallico. La bocca e il naso sono tappati con carta assorbente. Nei pressi del corpo ci sono i suoi libri, fogli e un paio di forbici. Spariti un mazzo di chiavi, lo zaino e il portafogli.

Scattano le indagini - Viene effettuata l’autopsia all’ospedale di Sora.

Il 6 giugno, durante un’ispezione nella stanza della ragazza, viene trovato dell’hashish, però non è stato mai accertato se la ragazza fumasse. E il 9 giugno, dopo la veglia funebre, il papà di Serena trova in un cassetto il cellulare della figlia, cellulare vanamente cercato dai carabinieri. Episodi strani.

Gli inquirenti indagano varie persone: il padre Guglielmo Mollicone, il fidanzato Michele Fioretti, uno zio, il nonno, vari amici e alcuni conoscenti. Alle indagini partecipa anche l’Unità di analisi di crimini violenti (Uacv) soprannominata ‘Squadra antimostro’.

L’arresto del carrozziere - Il 6 febbraio del 2003 la presunta svolta: scattano le manette per Carmine Belli, un carrozziere del posto. Il suo alibi appare confuso, un nastro adesivo (marca ‘Ghost’) viene trovato in una sua vecchia casa e un talloncino, parte del presunto biglietto dell’appuntamento di Serena con il dentista (dove la ragazza stava andando dopo aver fatto l’ortopanoramica nell’ospedale di Isola del Liri), è nella sua officina. L’ipotesi è che l’uomo avrebbe dato un passaggio alla ragazza, l’avrebbe portata nel boschetto di Fontecupa e al rifiuto di una prestazione sessuale l’avrebbe colpita, uccisa, imbavagliata e legata lasciandola nella sterpaglia.

Il processo - Belli è alla sbarra. Il 14 gennaio del 2004 la Corte d’assise di Cassino è chiamata a giudicare il carrozziere di Arce. L’accusa chiede 23 anni ma il presidente della Corte, Biagio Magliocca, lo assolve. Carmine Belli dunque, dopo 17 mesi di carcere, torna in libertà. I pubblici ministeri ricorrono in appello, ma anche nel secondo grado di giudizio, l’uomo risulta innocente e la Cassazione lo assolve definitivamente. Un buco nell’acqua per gli inquirenti, il ritorno alla normalità per Carmine Belli.

Il brigadiere suicidato - La vicenda sembra ristagnare tra vecchie ipotesi e tentativi di sondare nuove piste, nel frattempo il brigadiere dei carabinieri che indagava sul caso si toglie la vita. Si tratta di Santino Tuzi che si sarebbe ucciso sparandosi un colpo di pistola al cuore. Secondo gli inquirenti è un suicidio per motivi sentimentali, per gli amici e per la famiglia del militare invece il gesto estremo sarebbe stato compiuto a causa delle sue indagini sul caso di Serena Mollicone. A rafforzare questa ipotesi le parole della figlia del brigadiere: "Penso che mio padre durante le indagini ha assistito a qualcosa, ha saputo qualcosa, e gli è stato detto di non rivelare niente. Mio padre non è riuscito a tenersi tutto dentro e ha deciso forse di chiudere la sua vita in questo modo. Forse era stato minacciato, forse dalla stessa persona che gli aveva chiesto di non dire niente. Forse le minacce erano anche nei nostri confronti, poteva succederci qualcosa. Forse per proteggerci ha deciso di suicidarsi". 

Due giorni prima infatti Tuzi era stato ascoltato come persona informata sui fatti e in quell’occasione aveva dichiarato ai magistrati che, il giorno della scomparsa, Serena Mollicone si era recata alla caserma dei carabinieri. Tuzi era di piantone. Sono le 11,30; risponde al citofono della caserma. Dopo aver ricevuto l’autorizzazione tramite un interfono la fa entrare. A dare l’autorizzazione qualcuno che si trova nell’appartamento privato del comandante della stazione dei carabinieri di Arce, il maresciallo Franco Mottola. Tuzi a questo punto non sa chiarire se la voce era del comandante o del figlio. Di certo, Serena, prima di sparire, è entrata in quella caserma e si è avviata nell’appartamento del comandante.

Mottola fu al centro di aspre polemiche sulle presunte lacune con cui sarebbero state condotte le indagini.

 

Giovanni Lucifora

centrometeo.com