MARTA RUSSO: Le piste alternative

Controinformazione

Fu definito il ‘mistero della Sapienza’, uno degli omicidi più enigmatici mai avvenuti in Italia. Una ragazza di 22 anni il 9 maggio del 1997 esce per andare all’università, non tornerà più a casa, morirà quattro giorni dopo il ricovero in ospedale a seguito di un proiettile calibro 22 che l’ha colpita alla testa, dietro l’orecchio sinistro.

E’ un venerdì afoso quel giorno a Roma e Marta, assieme all’amica Iolanda, sta percorrendo il vialetto all’interno della città universitaria che collega piazzale Aldo Moro con l’uscita per viale Regina Elena. All’improvviso la ragazza si accascia al suolo. Iolanda ha sentito uno sparo, un colpo secco. Qualcuno si avvicina credendo si tratti di uno svenimento. Confusione ma anche paura perché Marta giace al suolo e sui capelli si vede del sangue. Dopo un quarto d’ora arrivano i soccorsi e l’ambulanza trasporta la ragazza al vicino Policlinico. I medici tentano di salvarle la vita ma il proiettile ha colpito il cervello. Un intervento è troppo pericoloso e dopo 4 giorni di agonia muore. I genitori autorizzano l’espianto degli organi.

Le indagini scattano immediatamente, si pensa anche a una matrice terroristica ma l’obiettivo, cioè Marta, una semplice studentessa senza alcuna militanza politica, non rientra in un’ipotesi investigativa di questo tipo.

 

 

 

Accade poi che il 13 giugno viene arrestato il professor Bruno Romano accusato di voler coprire il killer che secondo gli investigatori ha sparato dall’aula 6 dell’Istituto di filosofia del diritto. La convinzione che lo sparo sia partito da lì arriva dalle tracce rinvenute sul davanzale della finestra. Una testimone chiave dell'accusa è la segretaria dell’Istituto Gabriella Alletto che, dopo estenuanti interrogatori, dichiara di aver visto Giovanni Scattone sparare, raccogliere il bossolo e riporre la pistola nella borsa di Salvatore Ferraro il quale dopo aver assistito al fatto si sarebbe messo le mani tra i capelli. Accanto a loro ci sarebbe l’usciere Francesco Liparota. E si parla anche di una quarta persona mai identificata. I metodi di interrogatorio utilizzati con la Alletto però crearono forti polemiche.

L’arma non è mai stata trovata e il movente non c’è. Dopo i processi, le perizie e le indagini la Cassazione conferma le condanne diminuendole leggermente:  Scattone da 6, a 5 anni e 4 mesi, e Ferraro da 4 anni e 6 mesi, a 4 anni e 2 mesi. Liparota assolto.

I giudici hanno dunque deciso ma su questo omicidio c’è ancora oggi qualcosa che non quadra; sì perché alcune piste alternative non sono state affrontate con la giusta determinazione.

1 – Nel magazzino dell’impresa ‘Pul.tra’, la società che aveva l’appalto delle pulizie e che occupava un locale proprio nel vialetto dove è stata uccisa Marta, fu trovata una cartuccia a salve ossidata. Un’altra era dietro alcuni bidoni. Queste scoperte fecero venire a galla un hobby che avevano parecchi operai di quell’impresa, cioè l’hobby del tiro a segno.

2 – Nell’armadio di uno dei dipendenti fu trovato un tubo metallico di circa 30 centimetri ‘lavorato’, tanto che gli uomini della Digos avanzarono l’ipotesi che si potesse trattare di un silenziatore rudimentale “in fase di completamento”.

3 – Alcuni degli operai indagati possedevano a casa delle armi: pistole, fucili, cartucce, palline di piombo per carabine ad aria compressa, ecc.

4 – Sul muro a pochi metri di distanza dall’ingresso del magazzino ‘Pul.tra’, gli agenti trovarono “due scalfitture di proiettili”. Si tratta della prova che qualcuno in precedenza aveva sparato.

5 – La pista del sosia. Una ragazza si presentò alla Polizia poco dopo l’omicidio di Marta sostenendo l’ipotesi che l’obiettivo poteva essere lei. Figlia di un imprenditore siciliano afferma che la sua famiglia è sotto protezione in quanto minacciata da alcuni boss legati all’usura. Si sarebbe trattato dunque di uno scambio di persona. Anche questa pista fu accantonata.

6 – In molti edifici adiacenti la scena del crimine furono riscontrate particelle binarie simili al granello trovato sul davanzale dell’aula 6, ma gli inquirenti puntarono solo a quella finestra.

7 – Infine, con la prova del puntamento laser, si riscontrò che il colpo poteva essere stato esploso dall’aula 6 ma altri esperimenti, effettuati da altre finestre, avevano dato il medesimo risultato.

Le indagini però si concentrarono solo sull’Istituto di filosofia del diritto.

 

Giovanni Lucifora