CESARE BATTISTI: Intervista al fratello

Controinformazione

 

Vincenzo Battisti, settant’anni, vive da sempre a Sermoneta, vicino Latina. Ha lavorato fin da piccolo nell’azienda di famiglia producendo segnaletica stradale. Vincenzo è il fratello maggiore di Cesare Battisti. Senza girarci troppo attorno scagiona suo fratello dalle accuse. A cominciare dai quattro omicidi, due da esecutore, altri due da complice o organizzatore, quando militava nei Pac (Proletari Armati per il comunismo).

 

“Mio fratello non è un terrorista: è un rivoluzionario. Son due cose son ben diverse. Negli anni di piombo i gruppi sovversivi non combattevano contro il cittadino ma contro lo Stato. Combattevano il capitalismo che stava portando l’Italia allo sfascio. Quello che oggi mi meraviglia e mi amareggia moltissimo è che gli ex comunisti sono tutti d’accordo sul fatto che mio fratello è un assassino. – ripete – degli ex compagni si è permesso di dire, d’accordo riportiamo Battisti ma anche gli altri terroristi”.

 I terroristi erano i fascisti che facevano le stragi indiscriminatamente e questo lo sanno tutti, ma oggi sembra che in quegli anni c’era solo Cesare Battisti che lottava, che uccideva, che rapinava, che comandava, faceva tutto lui e nessun altro.

 

 Le colpe di mio fratello sono tutte da verificare poiché è sempre stato condannato in contumacia, senza mai potersi difendere, ma tutti gli altri ex terroristi che fine hanno fatto? Nessuno

La storia da latitante di Cesare Battisti parte dall’evasione dal carcere di Frosinone nell’ottobre del 1981. In Francia beneficia della ‘dottrina Mitterand’ che non prevedeva l’estradizione per i ricercati o i terroristi purché non fossero stati condannati per ‘terrorismo sanguinario, attivo, reale’. Dopo fuggì in Messico, prima a Città del Messico poi a Puerto Escondido. Nel dicembre del ‘90 tornò in Francia per chiedere asilo politico.

 Mio fratello – prosegue Vincenzo Battisti – non penso che abbia fatto quello che si dice. Lui mi ha sempre negato tutto. È stato condannato perché Pietro Mutti (esponente dei Pac ndr) quando si è pentito, per salvarsi, ha dato tutte le colpe a Battisti perché Cesare non c’era e non si poteva difendere. Ma i pentiti sono buoni soltanto per Battisti e per gli altri invece non sono attendibili? Hanno trovato un capro espiatorio che deve pagare per tutti.

Prima di rifugiarsi in Brasile, disse in un’intervista che era disposto a tornare in Italia, chiedendo la revisione del processo. Voleva parlare, voleva difendersi, dire tutto quello che sapeva. Forse per questo hanno cercato di ammazzarlo quando dal Messico tornò in Francia, nel dicembre 1990. I servizi italiani e francesi avevano l’ordine di ammazzarlo. Si salvò perché un gendarme lo colpì alla testa buttandolo a terra.

Mio fratello ha paura perché se torna in Italia lo ammazzano. Sa tante cose dei politici corrotti, di destra e di sinistra, per questo non vogliono rivedere il processo, hanno paura. Penso che se mio fratello ha commesso qualcosa, la sua pena l’ha scontata.

 

Ha sofferto lontano dagli affetti. E’morto nostro fratello maggiore nel 1980 mentre lui era in carcere a San Vittore: non l’ha più visto. È morto nostro padre e nostra madre e non ha visto più neanche loro.

Mio fratello deve restare in Brasile”.


 

Per l’omicidio Torregiani è stato condannato come co-organizzatore? “Mi ha raccontato che quando è successo lui stava a Udine. Qualche giorno prima (22 gennaio 1979 ndr) il gioielliere Pierluigi Torregiani aveva ucciso un rapinatore durante una rapina. Torreggiani ha sempre dichiarato di essere un “pistolero” e per questo non aveva paura di nessuno e se capitava qualcosa avrebbe sparato. Per vendicare il ragazzo ucciso si decise di dare una lezione a Torregiani, senza ammazzarlo. Volevano gambizzarlo per intimorirlo. L’hanno visto mentre si trovava dentro un ristorante a cena con la famiglia. Sono entrati, hanno preso il figlio in ostaggio, ma lui ha avuto il riflesso di tirare fuori la pistola. Nella sparatoria, in cui è rimasto vittima gli è partito un colpo che ha raggiunto il figlio che da allora è rimasto paralizzato. E il figlio ha sempre detto che Battisti non lo conosceva, che quella sera non c’era. Ora però nega…


 

L’omicidio del gioielliere, del 16 febbraio 1979, fu rivendicato dai Nuclei Comunisti per la Guerriglia Proletaria con un volantino lasciato in una cabina telefonica di piazza Cavour a Milano.

 

Quando ha cominciato a frequentare gli ambienti sovversivi? “Lui qualche atto criminale lo aveva compiuto. Qualche rapina da ragazzo. Poi nel periodo del militare ha avuto uno scontro, arrivando alle mani, con un sottufficiale. Venne carcerato a Udine e lì si è incontrato con Arrigo Cavallina, il fondatore dei Pac. Da allora è partito tutto. Finì il militare a Latina. Nel 1979 fu arrestato per terrorismo, condotto prima a San Vittore, poi trasferito nel carcere di Fossombrone. Infine a Frosinone dove riuscì a evadere. Da allora è cominciata la sua storia da latitante”.

 

Intervista di Alessandro Di Norma ('Incontro, l'altra informazione')