IL 'CANARO DELLA MAGLIANA'

Spunti quotidiani

Il Canaro

(Pietro De Negri, il 'Canaro')

"So stato io... gli ho sciacquato il cervello con lo shampoo dei cani, a quell'infame.

Gli ho amputato le dita, poi gli ho tagliato le orecchie, il naso, i genitali. Gli ho detto: adesso non sei più neanche un uomo. Lui è svenuto, io ho bruciato le ferite con la benzina per fermare il sangue e l'ho fatto rinvenire. Parlava troppo, continuava a insultarmi così gli ho tagliato la lingua. Ma non voleva saperne di morire, quell'infame. Alla fine gli ho sfondato la testa e lavato il cervello…"

Storie come quella del ‘Canaro della Magliana’ (al secolo Pietro De Negri) evocano in noi violenti istinti repressi; istinti che non possiamo accettare ma che tornano a galla quando qualcun altro li asseconda. E soprattutto quando la vittima mansueta diventa carnefice del suo violento oppressore (Giancarlo Ricci).


Siamo alla fine degli anni 80, precisamente il 18 febbraio 1988. Lo scenario è uno squallido ed emarginato agglomerato urbano di periferia, la Magliana. Quartiere degradato sorto grazie alla speculazione edilizia e costruito a ridosso e sotto il livello del Tevere.

Il ‘Canaro’ ha 32 anni, è sardo, fisico minuto, sposato e legatissimo alla figlia di 8 anni. Gestisce una toeletta per animali. Adora i cani e lavora con passione. Certo, il vizietto della coca non gioca a suo favore.

Giancarlo Ricci invece è un delinquente di quartiere. Pregiudicato, violento, ex pugile, vive rapinando e picchiando. E’ legato alla mafia siciliana. Un bulletto al quale la madre è riuscita a trovare un lavoro alla nettezza urbana. Ha 27 anni e anche lui sniffa cocaina.

A procurare la polvere ci pensa il ‘Canaro’. Spesso l’ex pugile non ha soldi, allora va da Pietro e se la prende con la forza, aggiungendo gratuitamente pugni e calci.

No. Questa non è una storia di ‘normale’ criminalità, questa è una vicenda inquietante, e macabra. Il delitto del ‘Canaro’ è infatti l’omicidio più efferato conosciuto dalle cronache giornalistiche italiane.

La follia criminale nasce quando De Negri inizia a sentirsi schiavo di un uomo che considera amico; il problema è che solo lui considera così quel rapporto; l’ex pugile infatti continua a tormentarlo con estrema violenza e troppa sicurezza, quella sicurezza che rende inerme Pietro, che altro non può fare se non subire.

Quel giovedì Pietro attira l’amico nel suo negozio; gli dice che è in arrivo un etto di cocaina che gli consegneranno di lì a poco. Il ‘Canaro’ espone a Giancarlo il suo piano: quando il corriere arriva, l’ex pugile deve saltare fuori all’improvviso e simulare una rapina; deve picchiare sia il ‘Canaro’ che l’emissario e darsela a gambe. Il Ricci ci pensa un attimo e accetta, in fondo è pane per i suoi denti e per il suo affamato sadismo.

E qui scatta la trappola, una trappola che lo renderà da quel momento oggetto della più terribile vendetta che un essere umano potesse covare. Una vendetta senza precedenti perché omicidi con mutilazioni ce ne sono stati ma mai in quel modo e con la vittima in vita così a lungo ad assistere allo scempio del proprio corpo.

Prima di dare il via al piano però, l’ex pugile deve nascondersi. De Negri, con un sorriso compiaciuto consiglia all’amico di infilarsi in una gabbia per cani. Il ragazzo senza esitare si rannicchia nella gabbia e solo dopo un secondo, quando sente scattare i lucchetti, capisce: è in trappola, ma oramai è troppo tardi. E’ l’inizio della mattanza.

I primi istanti sono quelli che faranno salire ancor di più la rabbia nell’animo di Pietro De Negri. Giancarlo Ricci infatti inizia a dimenarsi e a urlare. Troppa confusione; il volume dello stereo nuovo di zecca copre all’improvviso le urla e la violenza si impadronisce del ‘Canaro’. L’ex pugile tenta di forzare la sua piccola prigione e inizia a mettere la testa fuori; a quel punto una scarica di bastonate lo investe. Una furia inarrestabile fino a quando Ricci sviene.

De Negri ne approfitta per tirarlo fuori dalla gabbia e legarlo alle catene con le quali tiene fermi i suoi adorati cani. Il ‘grande uomo’ adesso è inerme. Ci vuole un’altra tiratina di coca perché è il momento di iniziare...

Si arma di cesoie, afferra il pollice e lo trancia, stessa fine fanno l’altro pollice e gli indici. Posa le 4 dita su un bancone. Ricci rinviene dal dolore urlando.

Il  ‘Canaro’ è nuovamente infastidito da quelle grida disperate ma la musica a tutto volume le copre; piuttosto adesso è indispensabile bloccare l’uscita di sangue. Prende della benzina, la cosparge sulle ferite e da fuoco per cauterizzarle. Il dolore della vittima è percepibile e orrendo. Intanto il carnefice si fa un’altra tiratina di coca. Dopodiché torna dall’amico e lo schernisce: “Ma come ti hanno conciato male! E chi è stato questo figlio di buona donna?”

Ricci non frena gli insulti tra il dolore che oramai non lo abbandona più e la rabbia per essere caduto come uno scemo in un tranello simile. Ma le forze oramai sono allo stremo.

Il ‘Canaro’ è stufo di ascoltare ancora quelle minacce. Afferra le forbici e taglia la lingua di Ricci, approfittando di un altro momento di svenimento dell’ex pugile. Il macabro reperto raggiunge gli altri sul bancone mentre Ricci torna in sé ‘urlando’ con gli occhi.

Non c’è più bisogno della musica e soprattutto è il momento di prendere aria. La sua vittima, incatenata e menomata, non è più un pericolo. Il ‘Canaro’ esce dal negozio e raggiunge un amico di Ricci che lo sta aspettando lì vicino. Alcuni giorni prima Ricci e questo Fabio, altro delinquentello tossicodipendente, gli avevano rubato lo stereo. Ecco la testimonianza di Fabio: “Rimasi in macchina per un’ora e dieci. A un certo punto uscì il ‘Canaro’ e mi chiese se stessi aspettando Giancarlo, poi mi disse che rivoleva lo stereo”. Dopo altri dieci minuti De Negri torna e informa Fabio che Giancarlo dopo la rapina è fuggito. Gli consegna le chiavi della macchina dicendogli di portarla a casa.

Il ‘Canaro’ torna nel negozio e prosegue la mattanza. Dopo aver schernito di nuovo la sua vittima gli recide la punta del naso, le orecchie e parte delle labbra. L’euforia aumenta davanti a quei reperti riuniti tutti insieme davanti a lui.

Altra sniffata, altro scempio. E questa volta a essere tagliati sono i genitali.

“A Giancà, grande e grosso come sei, non sei nemmeno un maschio. Adesso sei una femminuccia!”

‘Er Canaro’ infierisce sulle ferite e le cauterizza tutte. Ricci sta morendo ma nonostante l’accanimento, non muore. E’ ancora vivo!

Il carnefice si concede una pausa. Va a prendere la figlia a scuole. Da poco De Negri ha lasciato il tetto coniugale e vive nel negozio. Dopo aver portato la piccola a casa torna. Sniffa. Il granduomo sembra respiri ancora. Decide di mettere la parola fine. Prende i ‘reperti’ e li infila nella bocca, negli occhi e nell’ano del pugile. Poi l’ultimo atto, con un martello e dello shampoo. Lo descrive lui stesso ai giudici: “Alla fine gli ho sfondato la testa e lavato il cervello…"

Il corpo carbonizzato di Giancarlo Ricci sarà trovato da un pastore la mattina alle 8 in una discarica non lontano dalla Magliana.

La tortura iniziò alle tre e terminò alle dieci. In queste ore, secondo la testimonianza dello stesso carnefice, la vittima era viva.Il 20 febbraio Pietro De Negri viene arrestato. Fondamentale la testimonianza di Fabio, il delinquentello tossicodipendente, agli investigatori: "L’ultima volta che ho visto Giancarlo è stato ieri pomeriggio: l’ho accompagnato ad un appuntamento che aveva in un negozio di toelette per cani, in via della Magliana 253. Poi non l’ho più visto".

Il 12 maggio 1989, il ‘Canaro’ viene scarcerato grazie a una perizia che riteneva l’assassino infermo psicologicamente nel momento del delitto a causa dell’abuso di cocaina ma non socialmente pericoloso. In carcere De Negri si era disintossicato quindi non rappresentava più una minaccia. Può scontare la pena in un ospedale psichiatrico. L’opinione pubblica rifiuta quel verdetto e Pietro De Negri torna dietro le sbarre dopo altre perizie e altre accuse; la sentenza definitiva è di 24 anni di carcere ma dopo 16 anni il ‘Canaro’ viene scarcerato per buona condotta. Torna in libertà il 27 ottobre 2005. Adesso è affidato ai servizi sociali e fa il fattorino in uno studio legale.

Su questo efferato omicidio però aleggiano varie Zone d’Ombra. Per l’anatomopatologo Giovanni Arcudi che ha analizzato le mutilazioni, sulle ferite non c’era liquido infiammabile, ma soprattutto appare strano come un uomo minuto come De Negri possa avere avuto la meglio su un pugile. Per questo c’è chi ipotizza un coinvolgimento di altre persone. Anche perché Ricci ultimamente aveva ricevuto delle minacce di morte. Forse proprio da affiliati alla mafia… Inoltre, c’è il sospetto, che De Negri abbia amplificato il suo racconto davanti agli inquirenti.

Restano comunque impresse alcune sue dichiarazioni: “Non ho rimorsi. Il Vangelo dice di non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te. Io a quello gli ho fatto le cose che lui faceva agli altri. Scippava le vecchiette? Se non le faceva pure cadere non era contento”.

Pietro De Negri giustifica il suo crimine attribuendolo a un atto di giustizia e non alla sete di vendetta. “Vorrei che la gente capisse ciò che mi ha spinto ad ammazzare”. E infine, il ‘Canaro della Magliana’, fa una richiesta: “Per favore. Dimenticatemi…”



Giovanni Lucifora