IL CASO TORTORA

Spunti quotidiani

Il caso Tortora, quando la giustizia sbaglia.
E paga solo la vittima


Il signor Tortora “sarebbe entrato a far parte dell'organizzazione di Cutolo tra il '78 e il '79, stando almeno ai personaggi che lo hanno accusato. Ci sono poi reati commessi al servizio di altre organizzazioni, a Milano, tra il '76 e il '78”. Con queste parole il pubblico ministero Diego Marmo, nel febbraio del 1985, ribadiva in un’aula di Tribunale le accuse contro il presentatore di Portobello (trasmissione televisiva Rai degli anni ’70/‘80) reo di essere un corriere della droga per la Nuova Camorra Organizzata (Nco).

E così, qualche mese dopo, il 17 settembre, Enzo Tortora veniva condannato dalla Decima sezione penale del tribunale di Napoli a 10 anni e 6 mesi di reclusione (più 50 milioni di lire di multa). Un procedimento iniziato ben 225 giorni prima.

Le accuse si basavano essenzialmente sulle parole di alcuni ‘pentiti’ della camorra. Il problema però era che Tortora non aveva commesso alcun reato e che i pentiti avevano detto solo bugie; infatti il conduttore genovese, in appello, veniva assolto per poi chiudere la drammatica vicenda giudiziaria in Cassazione (17 giugno 1987) con una piena assoluzione.

Ma facciamo un passo indietro. Chi spedisce Tortora in galera?

Tra i principali accusatori ci sono i ‘pentiti’ Giovanni Pandico ‘o pazzo’ e Salvatore Barra ‘o animale’; il primo mostra agli investigatori un elenco di affiliati alla Nuova Camorra Organizzata dove compare il cognome Tortora. Il secondo, dopo aver visto l’elenco di Pandico, conferma l’affiliazione del presentatore. Stop. Chi sono questi camorristi? Barra è il carnefice del boss Francis Turatello, al quale ha anche mangiato il cuore. Pandico è un pericoloso criminale che ha tentato di avvelenare la madre, sparato al padre, ucciso gente e compiuto stragi.

Andiamo avanti.

Ad accusare Tortora saranno anche altri imputati al processo alla camorra e due calunniatori.

Enzo Tortora subisce il primo interrogatorio 6 giorni dopo l’arresto. In quell’occasione, il giudice Lucio Di Pietro, comunica all’indagato che un certo Domenico Barbaro, camorrista detenuto, ha fatto il suo nome.

Barbaro aveva spedito alla redazione di Portobello dei centrini da mettere all’asta, questi però erano andati persi così aveva scritto delle lettere di protesta direttamente a Tortora e la Rai lo aveva rimborsato con 800 mila lire. I magistrati Di Pietro e Di Persia però si convincono che le lettere sono messaggi in codice per Tortora e che comunicano al conduttore che deve restituire della cocaina non pagata. C’è però un problema: le missive le ha scritte Pandico (‘o pazzo’) perché nutre un profondo odio per Tortora a causa della vicenda dei centrini e poche settimane dopo lo stesso Barbaro conferma. Si profila così una grande sconfitta per i magistrati, anche perché si tratta di una maxi inchiesta che coinvolge oltre seicento persone e il tempo passa. Infatti a breve scadranno i 40 giorni previsti per l’istruttoria (siamo nel 1983 ed è in vigore il vecchio procedimento penale). Ed ecco un altro colpo di scena: 2 testimoni, il pittore Giuseppe Margutti e la consorte Gerosalba Castellini, accusano Tortora di essere uno spacciatore. In particolare la Margutti dichiara di aver visto il conduttore Rai cedere a due sconosciuti un sacchetto di polvere bianca, cocaina. E’ però tutto falso, menzogne; come menzogne saranno altre dichiarazioni che lo accusano. Falsità che bastava poco scoprire. Bisognava fare più attenzione, o semplicemente non accanirsi contro un uomo accusato da personaggi che non si distinguevano certo per lealtà o affidabilità giudiziaria. Fattostà che Enzo Tortora muore dopo 4 anni dall’inizio di questa terribile vicenda, intanto l’ex sostituto procuratore Felice Di Persia diventava membro (addirittura) del CSM; Lucio Di Pietro procuratore generale al tribunale di Salerno. Il presidente del Tribunale che condannò in primo grado Tortora, Luigi Sansone, conserva il suo posto alla Corte di Cassazione e Diego Marmo è procuratore al Tribunale di Torre Annunziata.

Questa è la storia, ognuno tragga le proprie conclusione ma sia chiaro: l’onesto non ha alcun interesse ad accanirsi verso la magistratura, ma se così è, la stessa cosa vale anche al contrario. Da Enzo Tortora a Gigi Sabani a persone meno note come Daniele Barillà, imprenditore accusato di traffico di stupefacenti, 8 anni di carcere, prosciolto per scambio di persona; Massimo Pisano, arrestato con l’amante per l’omicidio della moglie. Marcello Gregorat, alias Joe Codino, 3 anni di carcere per stupri, ha scontato ingiustamente 3 anni di reclusione o Carmine Belli, il carrozziere di Arce, accusato dell’omicidio di Serena Mollicone. Tutti innocenti. Vite rovinate per sempre.

Di contro bisogna però ricordare anche i giudici Antonio Rocca, Michele Morello e Carmine Ricci, i magistrati che il 15 settembre 1986 restituirono la dignità a Enzo Tortora nel processo d’appello; era però troppo tardi. Tortora era ormai segnato. Dentro e fuori. E alla giustizia non rimase che abbassare la testa davanti ad uomo che ai giudici che lo condannarono disse: “Io sono innocente. Lo grido da tre anni... Spero dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi”.


Giovanni Lucifora