ENZO TORTORA: Un caso italiano

Spunti quotidiani

 

Quando pensiamo alle vittime di errori giudiziari, compare un’immagine molto triste: quella di un uomo stralunato, incredulo, in manette. L’uomo in questione è Enzo Tortora. La sua odissea inizia il 17 giugno 1983, alle 4,15 del mattino quando viene prelevato dai carabinieri all’Hotel Plaza di Roma.

Ma chi era Enzo Tortora? Un personaggio televisivo allora popolarissimo. All’epoca la sua trasmissione ‘Portobello’ aveva una media di 25 milioni di telespettatori. Dotato di fine umorismo, molto colto, aveva una personalità davvero spiccata. Considerato da tutti un personaggio scomodo, per il suo modo di essere, o forse perché diceva semplicemente ciò che pensava, fu allontanato 2 volte dalla Rai. Una prima volta nel 1960, a causa della trasmissione ‘Telefortuna’, poiché permise ad Alighiero Noschese di imitare il noto politico dell’epoca, Amintore Fanfani; una seconda volta perché rilasciò un’intervista sulla rivista ‘Oggi’, nella quale faceva cenno a una Rai lottizzata.

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Ma torniamo ai fatti. Dunque; prelevato dall’Hotel Plaza, viene condotto nel reparto operativo dei carabinieri di Via in Selci. C’è un ordine di cattura emesso dalla Procura di Napoli. L’accusa è pesantissima: associazione a delinquere di stampo camorristico. Tortora avrebbe avuto il compito di spacciare cocaina negli ambienti del mondo dello spettacolo.

L’inchiesta si basa sulle dichiarazioni di 2 pentiti della NCO (Nuova Camorra Organizzata): Giovanni Pandico e Salvatore Barra. Pandico ha un elenco di nominativi di affiliati in cui al sessantesimo posto compare Enzo Tortora, come camorrista ad honorem; Barra, noto per aver ucciso il boss milanese Francis Turatello e di averne divorato le viscere, fa il nome del presentatore, solo dopo aver preso visione dell’elenco di Pandico.

A questo punto inizia il processo, ma non quello che di solito si svolge nelle aule giudiziarie, bensì quello mediatico. Giornali e televisioni non parlano d’altro. Cronisti di razza, massimi esponenti della cultura e dell’inteligentia, sociologi, tutti esprimono pareri, si schierano, emettono sentenze. E tranne alcune eccezioni come Montanelli, Biagi, Bocca, Pansa, Sciascia, il resto è un gioco al massacro.

La scrittrice Camilla Cederna, in un articolo arriva a scrivere: ‘Se un uomo viene prelevato alle 4 di notte, qualcosa di grave ha commesso’.

Giovanni Arpino esclama: ‘Tempi duri per gli strappalacrime!’.

Il vignettista satirico Forattini, nella prima pagina de La Stampa disegna il pappagallo Portobello, rinchiuso nella gabbia che esclama: ‘Portolongone’.

Luca Compagnoni del secolo XIX, va giù duro: “Tortora è uno dei tantissimi pessimi esempi dell’Italia che sotto la lacrimuccia televisiva, nasconde il suo ardore per il denaro e dunque è disposto a tutto”.

Tortora viene interrogato la prima volta 6 giorni dopo l’arresto, cioè il 23 giugno 1983. Il giudice Lucio Di Pietro gli parla di un certo Domenico Barbaro, domandandogli se lo conosce. Barbaro aveva inviato alla redazione di Portobello dei centrini per essere battuti all’asta. Il pacco era andato perduto e la Rai lo aveva rimborsato con ottocentomila lire. I magistrati (Di Pietro e Di Persia) si convincono che in realtà le lettere di Barbaro dal carcere, sono messaggi in codice. Tortora doveva restituire la cocaina affidatagli per spacciarla negli ambienti milanesi. Dopo, sempre dopo, si viene a sapere che il vero mittente di quelle lettere era Giovanni Pandico.

Alcune settimane dopo, lo stesso Barbaro conferma la versione dei centrini. La Procura a questo punto si trova in difficoltà. Non c’è uno straccio di prova, niente di niente. Ma liberare Tortora sarebbe una sconfitta clamorosa. L’inchiesta infatti, è una maxi inchiesta che coinvolge 856 persone. Inoltre stanno per scadere i 40 giorni previsti per l’istruttoria (ricordiamo che parliamo del 1983, quando era ancora in vigore il vecchio procedimento penale). A questo punto, come fossero caduti dal cielo, si presentano 2 testimoni: Gerosalba Castellini e suo marito, il pittore Giuseppe Margutti.

La Castellini avrebbe visto Tortora, durante una pausa di una trasmissione andata in onda sull’emittente privata milanese Antenna 3, cedere a 2 sconosciuti un sacchetto di plastica contenente droga. La donna, per un problema a un indumento, si sarebbe appartata dietro un paravento e chinatasi, avrebbe visto nitidamente tutta la scena.

Per gli inquirenti tale dichiarazione è un regalo inatteso. E vi si aggrappano come a un’ancora di salvataggio. E non fanno nulla per appurare la verità. Sarebbe stato sufficiente sentire Leonida Barezzi, direttore della rivista Stop e si sarebbero accorti che il marito della teste, il pittore Margutti, si sarebbe rivolto a lui promettendo il racconto, dietro lauto compenso. Inoltre si sarebbero accorti che la versione dei fatti era totalmente diversa da quella raccontata dalla Castellini. Tortora non aveva in mano un sacchetto di plastica, ma una valigetta, inoltre i protagonisti non erano 2 sconosciuti, ma il Margutti stesso e una bambina.

Il secondo interrogatorio avviene il 29 settembre 1983. Il giudice chiede al presentatore, se siano suoi i numeri di telefono trovati nell’agendina del camorrista Giuseppe Puca. Anche qui un altro abbaglio. Si scoprirà dopo che l’agendina non apparteneva a Puca, ma alla sua amica Assunta Catone e il nome appuntato nell’agenda corrisponde a Tortona, un imprenditore milanese, e non a Tortora.

E’ finita l’odissea? Neanche per sogno.

Un giornalista del Corriere della sera, Adriano Baglivo, fa riferimento a prove schiaccianti, documenti che finalmente inchioderebbero Tortora. Il presentatore, quando lavorava ad Antenna 3, aveva lanciato un appello in favore dei terremotati dell’Irpinia. I soldi dei telespettatori sarebbero stati depositati presso il Banco Lariano, che avrebbe garantito un interesse del 15%. Stando a Baglivo, sarebbe esistito un altro fondo parallelo che garantiva il 21%. La rimanenza, il 6%, sarebbe entrata nelle tasche di Tortora e soci. Finalmente inchiodato?

E’ sufficiente una sentenza per spiegare tutto: il 24 gennaio 1985 Baglivo e il direttore del Corriere della Sera Cavallari, saranno condannati rispettivamente a 6 e 4 mesi di reclusione. Il giornale pubblicherà la notizia in undicesima pagina.

Il 17 gennaio 1984, Tortora ottiene gli arresti domiciliari per seri problemi di salute.

Il 17 giugno 1984, ad un anno esatto dal suo arresto, Tortora viene eletto al Parlamento europeo nel partito radicale, con più di quattrocentomila preferenze.

Il 19 febbraio 1985 ha inizio il maxi processo.

Il 17 settembre dello stesso anno, la sentenza. Tortora viene condannato a 10 anni.

Il 10 dicembre sempre dello stesso anno Tortora rinuncia all’immunità parlamentare e 19 giorni più tardi si consegna alle forze dell’ordine.

Il 15 settembre 1986 la sentenza d’appello lo assolve e il 17 giugno 1987, a 4 anni esatti dall’arresto, Tortora viene definitivamente prosciolto in Cassazione.

Il 20 febbraio 1987 torna in video con ‘Portobello’, ma il suo fisico e la sua psiche sono ormai  minate irreparabilmente. Enzo Tortora muore il 13 maggio 1988.

Massimo Lippolis